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‘Tristful’ post makes news in Trieste!

March 27, 2012 in Uncategorized | Comments (1)

 

 

Amazing to relate, but my post of  (March 13), ‘Trsitful Trieste’ has occasioned an article in a leading newspaper of the city, Il Piccolo.

 

 

 

 

 

I was told about the article by Anna Nadotti,

 

 

 

who has been a close friend ever since she translated The Shadow Lines into Italian twenty-two years ago. She has translated all the books that followed after that one (the last two in collaboration with Norman Gobetti).

Anna has a great gift for friendship and is a friend also of Elisabetta D’Erme, the author of the article, who was kind enough to send it to me as a jpg (the Italian text is appended to the end of this post).

Although my Italian is rudimentary, with Anna’s help I was able to translate a few paragraphs (posted below in italics).

“The grass is always greener on the other side of the fence”. A saying which is especially true with cultural events on the other side of the border, while cultural synergies with Slovenian main towns remain a mirage.
This consideration is born from the (belated) discovery that in early March one of the most celebrated contemporary anglo-indian writers was wandering in the streets of Trieste, and visiting the castles around the city unbeknownst to all of us.
What happened? A.G., the great narrator of exotic and faraway places, of remote and surprising realities, the author of ‘storie preziose’  like In an Antique Land and River of Smoke, was a guest of the World Literatures FABULA in Ljubljana. Being an extremely curious and indefatigable traveller, A.G.  took advantage of his stay and visited some literary places that he holds particularly dear:  “tristful” Trieste and the Duino of R. M. Rilke’s Elegies. The Duino Elegies are of course an important key to the interpretation of The Hungry Tide where, in Nirmal’s diaries they become ‘a scripture, a personal anthem.’

Every moment of this journey which  – with a different perspective on our across-the-border cultural relationship (with Slovenia) – could have been also an occasion to meet the readers of the Trieste, has been documented by the writer himself in his blog: a journal that shows Ghosh’s incredibly quick way of pouring in his blog all that he does, sees, meets, reads and studies. Recipes, photos, thoughts.

‘He has decided,’ says his translator, Anna Nadotti, ‘to do no more reportage, a genre he has mastered; he has opted instead for a constant and continuous rapportage on his blog, doing it in such a way as to fill in the background of his books – it is a narrative through which Amitav Ghosh the social anthropologist provides some keys to his own stories.’…

‘…Our only regret  is for the missed opportunity of a meeting where we could hear from the author’s own voice the stories of Il Fiume dell’oppio [River of Smoke]: stories of war, shipwreck and culture in the XIXth century that reflect the conflicts of a globalized world.’

 

 

Here is the Italian text of the article:

“L’erba del vicino è sempre più verde”. In questo caso l’adagio ben s’adatta alle attività culturali che si svolgono oltre confine, mentre le sinergie in campo culturale con le maggiori città slovene restano un miraggio. Riflessioni che nascono dalla (tardiva) scoperta che all’inizio di marzo uno dei più grandi scrittori anglo-indiani contemporanei era in giro per le strade di Trieste e in visita ai suoi  castelli – per così dire – a nostra completa insaputa.
Cos’è accaduto? Amitav Ghosh, il grande narratore di mondi esotici e lontani, di epoche remote e sorprendentemente attuali, l’autore di storie preziose, da “Lo schiavo del manoscritto” all’appena uscito “Il fiume dell’oppio” (Neri Pozza, a cura e trad. di Anna Nadotti e Norman Gobetti, pp. 590, euro 18.50) è stato ospite a Ljubliana del festival letterario World Literatures FABULA , che si è tenuto al Cankarjev dom dal 27 febbraio al 10 marzo. E Ghosh, curiosissimo, instancabile viaggiatore, ne ha approfittato per visitare anche luoghi “letterari” che gli sono particolarmente cari: la “tristful” Trieste e la Duino di Rainer Maria Rilke. Non a caso le “Elegie duinesi” sono uno strumento d’interpretazione del suo romanzo “Il paese delle mareee” dove, nelle pagine del diario di Nirmal, quei versi diventano “scrittura (sacra), inno personale.”
Tutti i momenti di questo viaggio che – con una diversa gestione dei rapporti culturali transfrontalieri – avrebbe potuto trasformarsi anche in un’occasione d’incontro con i lettori triestini,  sono stati documentati dallo scrittore nel suo blog (www.amitavghosh.com), più specificatamente alle giornate del 6, 8, 12 e del 13 marzo 2012.
Un diario che mette in risalto il modo straordinario e la rapidità con cui Amitav Ghosh riversa nel blog tutto ciò che fa, vede, incontra, legge e studia. Annotazioni gastronomiche, foto, pensieri. “E’ come se, – commenta la sua traduttrice Anna Nadotti – avendo deciso di non scrivere più reportage, genere in cui è un maestro, avesse deciso di fare del suo blog un reportage – a partire da sé – senza soluzione di continuità. Un mezzo attraverso cui fornire ai propri lettori il background dei suoi libri. Un narrare di sé per parole e immagini, in cui Amitav Ghosh antropologo sociale fornisce a chi sappia leggerle le fonti e alcune chiavi delle sue narrazioni.”
Le prime impressioni sono riservate alla città che l’ha ospitato, Ljubliana, che percepisce come una città “poetica”, in un’accezione più lirica che epica. Per rendersene conto basta camminare lungo il fiume Ljublijanica e incontrare una profusione di testimonianze di un passato multiculturale, come una collezione di caffettiere usate, “dove cezves turche urtano contro macchinette per il caffè espresso italiane.” Ghosh allerta i sensi e il suo flirt col lirismo culmina davanti a “una superba zuppa di funghi sloveni. (…) talmente buona – scrive nel suo blog – da ricordarmi un altro climax nella mia carriera di degustatore di funghi, che avvenne in un villaggio chiamato Xizhou nello Yunnan, in Cina”, dove nei giorni di mercato i funghi raccolti freschi nelle foreste circostanti nel giro di pochi minuti vengono trasformati dai bettolieri “in versi lirici.” Anche il dessert sollecita associazioni che lo riportano alla città indiana di Ghazipur e al suo romanzo “Mare di papaveri”: “una torta di semi di papavero, specialità locale. Mi chiedo: quanti dei tanti versi lirici sloveni saranno germogliati dai semi di papavero?”
Ma il pensiero di Ghosh già corre a Duino: “Una mattina mi svegliai e ricordai il verso: “ché non si può restare, in nessun dove” e si mette in viaggio attraverso “villaggi sonnacchiosi e ameni ristoranti” per raggiungere quanto prima le sponde dell’Adriatico. Lo scrittore vuole percorrere il sentiero che “s’arrampica attraverso una foresta cedua verso gli scogli, dove il poeta usava passeggiare ogni giorno, con il bello o il cattivo tempo”. Lì – dove Rilke fu folgorato dal verso “Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere degli Angeli?” – si sofferma a pensare “alla magia che permette ai versi, scritti in questo luogo, di rivolgersi direttamente ai cuori di poeti di continenti lontani, nella lingua bengali. Penso alla meravigliosa traduzione delle Elegie duinesi di Buddhadeb Bose, solida e risonante; penso alla versione di Shakti Chattopadhyaya, selvaggia e ipnotica.”
La successiva tappa è Miramare: “Alcuni toponimi sono così attraenti da avere appeal mondiale. Come Capocabana o Tivoli. Miramar è uno di questi nomi. (…) Ce ne sono dozzine sparsi per il mondo (…) ma pochi Miramar sono belli come quello che si trova poche miglia a sud del Castello di Duino.” A colpire Ghosh sono i balconi del Castello di Miramare, che trova “incredibilmente bizzarri (mi ricordano un palazzo in “Star Wars I: The Phantom Menace” dov’era ambientato l’idillio del giovane Anakin Skywalker con Padmé Amidala, la regina del Pianeta Naboo.)” Infatti sia l’Anakin delle Guerre Stellari che l’arciduca Massimiliano non erano contenti “della gran buona fortuna che gli era toccata in sorte.” Riflettendo poi sulla triste fine dell’Asburgo, Ghosh immagina cosa possa aver provato “Carlotta quando guardò il Golfo di Trieste per l’ultima volta.”
Ed è a Trieste che si conclude questo viaggio. “Per me la parola “Trieste” ha sempre avuto un suono languidamente malinconico, forse perché evoca la bellissima parola “triste” (che sfortunatamente è considerata arcaica nell’inglese contemporaneo, anche se è rimasto in uso il derivato “tristful”)  (…) Al crepuscolo, c’è un che di melanconico attorno alle sue eleganti piazze e ai suoi graziosi edifici pubblici.” Camminando per le strade e tra i palazzi, Ghosh ammira la peculiare eredità architettonica, lascito dell’impero austroungarico. Si mette sulle orme di James Joyce, che ha la sensazione di “incontrare dappertutto” e di Italo Svevo.
Ma Trieste per Amitav Ghosh “è anche indelebilmente associata con il brillante fisico, Abdus Salam, il primo pakistano e il primo mussulmano a ricevere il Premio Nobel per le scienza, che nel 1964 qui fondò il Centro di Fisica Teorica”. Ghosh ne ricorda le opere, la religiosità e il desiderio d’essere sepolto nella terra nativa. Stupito riporta la casuale scoperta di una manifestazione d’intolleranza fondamentalista: “Nel 1996 Salam fu sepolto a Bahishti Maqbara, un cimitero creato dalla Ahmadiyya Muslim Community di Rabwah, vicino alla tomba dei parenti. L’epitaffio riportava “Primo premio Nobel mussulmano” ma, poiché in Pakistan con la XX ordinanza gli Ahmadis sono considerati setta non mussulmana, un magistrato locale ha fatto cancellare la parola ‘mussulmano’, lasciando il nonsense “Primo premio Nobel”.”
Resta il rimpianto per un incontro mancato, l’opportunità d’ascoltare dalla voce dell’autore l’epopea del brigantino Ibis e del suo variegato equipaggio, narrata nel romanzo “Il fiume dell’oppio”: guerre, naufragi e culture che dall’800 ci riportano ai tanti conflitti del mondo globalizzato.

Elisabetta d’Erme

AMITAV GHOSH nato nel 1956 a Calcutta e cresciuto in India, Bangladesh and Sri Lanka è tra i maggiori scrittori indiani contemporanei. Dopo aver frequentato la New Delhi University completa  gli studi di antropologia a Oxford. Oggi vive tra la sua città natale e New York. I suoi romanzi esplorano i temi del colonialismo, dell’interculturalità, dell’emigrazione e della diaspora. Tra i tanti ricordiamo: “Il Cerchio della Ragione” (1986) , “Le linee d’ombra” ( 1988), “Lo schiavo del manoscritto” (1992), “Il paese delle maree” (2005) e i primi due volumi della trilogia di Ibis: “Mare di Papaveri” (2008) finalista del Man Booker Prize, e il recentissimo “Il fiume dell’oppio” (2011). Le sue opere sono tutte egregiamente tradotte in italiano da Anna Nadotti (gli ultimi due romanzi in collaborazione con Norman Gobetti) e pubblicate da Einaudi e Neri Pozza che ne sta ora curando l’opera completa. (e.d’e.)

 


More on Zoroastrian rites

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Further to my post on Zoroastrian Hong Kong, Shernaz Italia writes:

 

Dear Amitav,

There seems to be some degree of confusion regarding the disposal of the dead in the Zoroastrian tradition. A brief explanation:
Zoroastrian tradition considers a dead body a pollutant – and hence had rules for disposing of the dead as “safely” as possible so as not to pollute either earth or fire. This is why the bodies of the dead were placed on an elevated surface or tower – Tower of Silence or dahkma – exposed to the sun and birds of prey.

In the Iranian Zoroastrian tradition, the towers were built atop hills or low mountains in desert locations distant from population centers. In the early twentieth century, the Iranian Zoroastrians gradually discontinued their use and began to favour burial or cremation.

The decision to change the system was accelerated by three considerations: The first was the establishment of the Dar-ul-Funun medical school in Iran. Since Islam considers unnecessary dissection of corpses as a form of mutilation, thus forbidding it, there were none to be had officially, and the dakhmas were repeatedly broken into, much to the dismay and humiliation of the Zoroastrian community. Secondly, while the towers had originally been built away from population centers, the growth of the towns led to the towers now being within city limits. Finally, many of the Zoroastrians themselves found the system outdated and substituted the dakhma with a cemetery. In the early days graves were lined with slabs of stone, concrete or rocks, to prevent direct contact with the earth. In 1970s the dakhmas in Iran were shut down by law.

India is the only place where Towers of Silence remain in use, and there are very few in number. The concentration of Parsis in a geographical area dictated the type of disposal. Very early on a decision was taken that burial in cemeteries – Aramghas – was acceptable in places where there were not enough Parsis to maintain a Tower of Silence; for instance Ajmer is the furthest north in India where there is a tower. In hill stations in India, a section of the Christian or Catholic cemetery was set-aside for Parsis.

The same applied to Parsis who died overseas, hence this beautifully maintained cemetery at Hong Kong. A Trust was formed in 1822 in Macao for the establishment of a Parsee cemetery there. The first Parsi association, known as the ‘China Canton Anjuman’, was formed in Canton in 1834. In1845. A wider Anjuman body covering Hong Kong, Canton, and Macao was created for establishing and maintaining burial grounds and having places of association. In Hong Kong, the first premises for use of the Zoroastrian community were rented in 1852. In 1993, the 23-storey Zoroastrian Building that you have photographed so beautifully on this blog was inaugurated.

 

To this Shernaz appends an excerpt from an article in a magazine, Zoroastrians Abroad, on the Parsi cemetery in Whampoa (Huangpu).

 

 

 

Whampoa, 19th century (note foreigners in the foreground)

 

“Fourteen Zoroastrian graves in the cemetery at Huangpu, also known as Whampoa, an industrial city in south-east China in the Pearl River Delta region, a part of Guangzhou province, have been restored by the Chinese government. A group of 30 Zarthoshtis from Hong Kong made a three-day visit (April 4 – 6, 2008) to the Chinese mainland to see the place for themselves. “We were under instructions not to burn incense and were content to pay homage to our dearly departed with a silent prayer,” writes Jal Shroff, president of the Zoroastrian Charity Funds of Hong Kong, Canton and Macao, recounting the 10-year development.

“The actual graveyard site is on the top of a hill within the grounds of the CSSC Guangzhou Huangpu Shipping Company Limited. A guarded gate blocked access to all vehicles and pedestrians initially, despite the necessary permits having been obtained. We were, however, eventually let through and made our way up the neatly paved 150+ steps…Some of the inscriptions were worn out and hard to read; others had only parts of the inscription because vandals had made away with pieces of masonry. One grave could not be restored because a tree had grown from underneath it and displaced it completely,” notes Shroff.

“While the age of the deceased is not mentioned on three graves and one is minus a headstone and hence there is no record of its contents, the men buried there seem to have succumbed at an early age, the youngest being 21, the eldest 55. There appears to be no notation to indicate the cause of death. And though there are no adult women buried there, the presence of four-year-old Ruttee Billimoria, a still-born child and a newborn son attest to the presence of families in that remote trading outpost. The cemetery seems to have been in use for about 76 years, from 1847 to 1923.

“At the bottom of the hill stands the “Picnic House,” a structure originally built in 1861 and possibly used as a bungli, as notes Shroff, adding, “It was later redeveloped in 1923 into a two-storey Picnic House as there were no more burials taking place there.”

 

 

Sailships, Whampoa, 19th century

 

 

 

 



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